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La difficile situazione di Facebook tra fake news, boicottaggio e revenue mancato

Informazione è potere, e fin dalla genesi dell’essere umano manipolare, giocare con la realtà ha fatto la fortuna e la disgrazia dei potenti di turno, tra fiducia, inganni e altro. Oggi con il web emerge ancora una volta il problema dei problemi: come identificare i dati affidabili da quelli inaffidabili, a fronte di un potenziale universo di fonti composto da un totale di almeno 10 miliardi di origini. Si è pensato che la concentrazione nelle mani di pochi del convogliamento dei dati fosse una possibile soluzione (Google, Facebook etc.). Ma così non è anche perché questi aggregatori necessitano di contenuti costanti e ricchi per vivere, e quanto sta accadendo proprio da qualche hanno a questa parte con Facebook, Instagram, Twitter e Linkedin è la dimostrazione che l’eterno giogo guardie e ladri va avanti sino alla fine della specie umana.

Mai come in questo periodo abbiamo sentito forte la percezione che i social si stessero trasformando in un calderone di fake news. Il Corona Virus ci ha sbattuto difronte ad una dura realtà, ancor più ansiolitica se pensiamo alla quantità di informazioni che sono circolate, ma ci è stato concesso il privilegio di ottenere in tempo reale quante più informazioni possibile con chiarezza ed immediatezza.

Quando parliamo di social non possiamo però far altro che riferirci a Facebook in quando canale più generalista e popolare. Proprio questo social è divenuto un punto fisso, e quindi rilevante, per la diffusione di comunicazioni, dirette live dal ministero, aggiornamenti quotidiani, notizie, ecc… Tra tutte queste ci sono state notizie buone, notizie tendenziose, notizie attendibili e notizie fake creando una situazione difficile da gestire per il social network.

Come l’utente può riuscire a filtrare ogni messaggio?

Il problema dell’informazione nei social network ha radici profonde e non è legato solo alle qualità fonti.

Più volte è capitato che notizie false venissero divulgate anche a distanza di anni, e ci sono casi di “diffusione datata” dell’informazione anche da testate importanti. In tutto questo non si può dire che Facebook sia rimasto fermo.

La strada intrapresa, agli albori, fu quella di affidarsi al giudizio degli utente padrone dell’informazione visualizzata che, con pochi click, ha la possibilità di valutare ciò che vede e proporre una censura con l’azione di segnalazione. Questo è il modo che il  canale ha utilizzato per cercare di “controllare” i contenuti postati sul canale.

Ma ragionando, a conti fatti, le sole segnalazioni non possono essere un controllo completo sull’informazione che circola.

Controllo sulla datazione delle notizie

Un ulteriore sforzo che oggi notiamo, proviene dai recenti test che sta conducendo Facebook finalizzati a limitare la diffusione di notizie datate, o quantomeno informare l’utente su quanto sta per leggere.

È di qualche giorno fa uno screenshot che mostra un alert che, da qui a breve, dovrebbe apparire nel momento in cui si tenta di condividere, nel canale, un articolo più vecchio di 90 giorni.

“Questo articolo è di oltre 3 mesi fa” cita lo screenshot, il che vuol dire che un utente verrà di volta in volta informato sulla datazione della notizia.

L’aggiunta di questo ulteriore passaggio alla condivisione pone l’utente nella condizione di dover scegliere se condividere comunque il contenuto, anche se non proprio recente, oppure evitare.

Il tentativo è buono perché è interessante per “pulire” il canale da notizie che ormai non hanno rilevanza e che potrebbero generare allarmismi ormai spenti. Certo bisogna osservare che questo non è un deterrente contro le notizie false, ma almeno permette di diffondere notizie con un più recente valore informativo.

Boicottaggio sociale

A questo si aggiunge anche l’impegno che il canale ha nel salvaguardare i diritti umani, alcune volte violati dalla diffusione di estremismi di ogni genere. Il problema americano del razzismo dilagante, però, ha creato una bufera che ha coinvolto Facebook stesso, smuovendo le coscienze dei brand che a catena hanno deciso di boicottare per un mese intero ogni attività promozionale per mezzo del canale, seguendo l’onda del ‘Stop Hate for Profit’.

Tra i più importanti player spicca la grandissima Coca Cola il cui messaggio rilasciato è ben chiaro:

“Non c’è spazio per il razzismo nel mondo e non c’è spazio per il razzismo sui social media. Coca Cola Company sospenderà la pubblicità a pagamento su tutte le piattaforme social a livello globale per almeno 30 giorni”

Come Coca Cola abbiamo altri grandi nomi hanno aderito al movimento Microsoft, Starbucks, Unilever, Herschey, Diageo, Pfizer, Clorox e Target.
Facebook, tuttavia, non sembra preoccuparsi di questo. Le aziende che hanno deciso di non investire nel canale per 30 giorni, in realtà ricoprono una parte esigua dell’intero revenue del canale.

In una immagine del Wall Street Journal viene mostrato come il calcolo della perdita di Facebook in un mese da parte dei big aderenti al movimento di protesta è di “appena” 681 milioni di dollari annuali, contro i 6,5 miliardi di investimento delle restanti top 100 aziende degli Stati Uniti e dei quasi 70 miliardi di dollari degli introiti annuali. Il nulla, insomma, per le casse del social, ma comunque un gesto importante che è balzato agli onori della cronaca e che dà un forte messaggio ai consumatori e che di certo non fa del bene alla credibilità del canale.

Con la crescente popolarità del canale e con l’aumento del suo potere comunicativo, Facebook mostra i suoi limiti.

Son sempre più convinto che l’informazione che viaggia attraverso questo canale debba esser certificata e che, con il passare del tempo, per evitare un collasso dello strumento, bisognerà lavorare sempre di più sul valore di ogni singolo messaggio condiviso. Attenzione non parlo di censura, ma di miglioramento della qualità del contenuto che entra nel canale che avrà il potere terapeutico di migliorare anche la qualità del pubblico.

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