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Perché comunicare la scienza online è compito di tutti e non solo di divulgatori e addetti ai lavori

Sempre più soggetti hanno il delicato compito di comunicare la scienza online: una panoramica tra sfide e prospettive future.

Dalle gaffe di vip e personaggi famosi, come quella di Albano sull’uomo che «ha distrutto» i dinosauri, ai rimedi fai da te contro i malanni di stagione e passando per le, ultime solo in ordine di tempo, fake news sul coronavirus: c’è un lunghissimo campionario di questioni scientifiche che, approdate in Rete, sono diventate oggetto di disinformazione. Se comunicare la scienza, del resto, è sempre – e da sempre, Galileo docet – una missione difficile, non può che esserlo ancora di più comunicare la scienza online, all’interno di ambienti digitali in cui le voci si affollano, l’attenzione è spartita tra innumerevoli stimoli, il consumo di contenuti è distratto, avviene contemporaneamente ad altre attività, in velocità, sempre più spesso persino in mobilità.

C’È DAVVERO UNA RICHIESTA DI INFORMAZIONE SCIENTIFICA CREDIBILE ONLINE?

Eppure quella di una (buona) comunicazione scientifica online è ormai una sfida che dovrebbe chiamare in causa innumerevoli soggetti: governi, istituzioni scientifiche, aziende e stakeholder del settore, singoli o singoli gruppi di ricercatori. Non solo perché sotto la generica etichetta di “scienza” ricade una molteplicità di questioni, dalla salute pubblica all’approvvigionamento energetico, strategiche per la vita associata dei paesi, ma anche e forse soprattutto perché sembra esserci un diffuso almeno quanto insoddisfatto bisogno di informazione scientifica attendibile.

Nonostante li scelgano come fonte d’informazione primaria, molti lettori americani riconoscono ai media generalisti diversi bias nel trattare le notizie scientifiche. Fonte: Pew Research Center

Uno studio del Pew Research Center mostra, per esempio, come un americano su sei cerchi «attivamente e frequentemente» notizie e contenuti scientifici, ritrovandosi però nella maggior parte dei casi a doverli consumare sui media generalisti.

Per molti americani, i media generalisti sono ancora la prima fonte di notizie e informazioni scientifiche. Fonte: Pew Research Center

A notiziari e giornali mainstream che si occupano anche di scienza è contestata soprattutto la velocità nel riportare conclusioni a cui gli stessi studi scientifici non sono ancora arrivati, l’abitudine a semplificare eccessivamente le questioni scientifiche in gioco o a trasformare il naturale dibattuto scientifico in guerre tra fazioni e schieramenti opposti.

Nonostante li scelgano come fonte d’informazione primaria, molti lettori americani riconoscono ai media generalisti diversi bias nel trattare le notizie scientifiche. Fonte: Pew Research Center

Per questo è abitudine sempre più diffusa tra i giovani sfruttare anche social media e ambienti digitali per cercare informazioni e approfondimenti scientifici: il dato interessante non è tanto il 26% di americani che dice di seguire account che fanno divulgazione scientifica online, né quello di un americano su quattro a cui, anche se non segue esplicitamente science influencer o volti noti che si occupano di comunicare la scienza online, è capitato di imbattersi in «molti o alcuni» post scientifici nel proprio feed, quanto quello secondo cui un americano su tre si fida dei contenuti a tema scienza che trova sui social o in Rete e crede che gli stessi siano un buon modo di avvicinarsi alle piccole o grandi questioni scientifiche.

Un aspetto cruciale per quanto riguarda l’informazione scientifica online è quello della credibilità, ancora piuttosto bassa, di post e contenuti trovati in Rete o nel proprio feed social. Fonte: Pew Research Center.

Un aspetto cruciale per quanto riguarda l’informazione scientifica online è quello della credibilità, ancora piuttosto bassa, di post e contenuti trovati in Rete o nel proprio feed social. Fonte: Pew Research Center

COMUNICARE LA SCIENZA ONLINE: QUALI STRUMENTI?

Quella di parlare di scienza negli spazi della Rete, del resto, è un’abitudine più vecchia di quanto si possa immaginare e – è proprio il caso di dirlo – che rispecchia l’animo un po’ nerd dei primi esperimenti sul web.

SE IL VECCHIO BLOG SCIENTIFICO NON È MAI PASSATO DI MODA

Da tempo, per esempio, la blogosfera è abitata da addetti ai lavori che provano a spiegare la chimica che sta dietro alla perfetta riuscita di un piatto della tradizione culinaria, come funziona il mondo dell’etologia, perché sfruttare la fisica per sbrigare le faccende domestiche, ecc. Proprio il blog , nonostante una certa aura vintage, si rivela ancora uno degli strumenti più versatili per comunicare la scienza online: a seconda che sia tematico o generalista permette di parlare, infatti, a una nicchia di appassionati di un particolare argomento o a un pubblico più vasto di persone con interessi scientifici; lascia spazio all’approfondimento, tanto più che sembra ampiamente smentito quell’adagio secondo cui gli utenti preferirebbero i post corti ai long-form; può ospitare contenuti multimediali di natura diversa o guest post di personalità riconosciute nei vari campi scientifici; a patto di investire in ottimizzazione SEO, può ben posizionarsi tra i risultati di ricerca su Google e co. fino a diventare un vero e proprio punto di riferimento in singole materie. Certo, non c’è blog scientifico che non viva della capacità del proprio o dei propri autori di fare personal branding e molto utile si rivela a questo scopo avere una buona presenza digitale.

Considerato uno dei più importanti divulgatori scientifici italiani in Rete, Dario Bressanini è stato in primis un blogger di “Le Scienze”.

Considerato uno dei più importanti divulgatori scientifici italiani in Rete, Dario Bressanini è stato in primis un blogger di “Le Scienze”.

Non c’è blogger scientifico, insomma, che non sono sia oggi anche su Facebook, su Instagram o che non dovrebbe esserlo, in considerazione soprattutto della rapida popolarità acquisita dalla piattaforma, su TikTok. Insieme a loro, però, sui social ci sono innumerevoli science influencer e divulgatori scientifici nativi, che sfruttano le grammatiche tipiche di questi ambienti per comunicare la scienza online spesso a un pubblico di giovanissimi e sempre a un pubblico, di appassionati e amatori anche, ma di certo non di addetti ai lavori. 

Non stupisce, così, che una delle formule predilette per parlare di scienza online sia quella dell’infotaiment: il termine, così bistrattato quando indica la commistione tra informazione e intrattenimento nel giornalismo, mantiene qui lo stesso significato ma un’accezione decisamente più neutra, a dimostrazione che si può informare divertendo, ma senza perderne in credibilità o accuratezza e anche quando le materie si fanno particolarmente tecniche o scontano il retaggio, un po’ scolastico, di essere considerate ostiche e a portata di pochi dotati per naturaYouTube e i podcast in particolare si sono rivelati fin qui tra i canali migliori per parlare di scienza in Rete in maniera appassionante, con toni leggeri e divertenti. Youtuber come Adrian di link4universe o BarbascuraX di La scienza brutta sono noti ormai anche al grande pubblico per le serie di video in cui raccontano rispettivamente astrofisica ed esplorazione spaziale e biologia e zoologia, sempre con tanta scrupolosità riguardo ai contenuti almeno quanta attenzione a renderli divertenti e facili da seguire.

Molto virale è diventata una ricerca che ipotizzava che un uso eccessivo dello smartphone potesse portare allo sviluppo di un nuovo osso “a forma di corno” sulla base del cranio. Nonostante sia stata ripresa da molti giornali, anche attendibili, la ricerca è al momento ancora priva di chiara validità scientifica. Fonte: Il Post

Tra i podcast scientifici ce ne sono di longevi e ben seguiti come “Scientificast”, più generalista quanto a tematiche trattate, o “RadioCicap”, le cui puntate si occupano di smentire i fenomeni paranormali a cui la gente crede con più facilità.

PERCHÉ LA COMUNICAZIONE SCIENTIFICA ONLINE NON PUÒ ESSERE SOLO DEBUNKING (E INVECE SPESSO LO È)

Per comunicare la scienza online, del resto, non sembra si possa fare a meno di trasformarsi, volenti o nolenti, in debunker provetti: smentire le bufale scientifiche finisce per occupare gran parte del tempo del comunicatore o del divulgatore scientifico e, non di rado, rischia di metterlo in cattiva luce, qualche volta presso la stessa comunità scientifica. Molte delle fake news a tema scienza hanno origine, infatti, nei meccanismi con cui funzionano studi e ricerche scientifiche, specie se e quando questi meccanismi incontrano un certo tipo di giornalismo e di comunicazione d’emergenza. La vicenda di una ricerca, diventata famosa, sulla presunta formazione di un nuovo osso del cranio legata a un uso eccessivo dello smartphone e gli innumerevoli e contrastanti studi su cause ed effetti del COVID-19 appaiono paradigmatici in questo senso. A giugno 2019 divenne virale una ricerca, in realtà più vecchia di almeno un anno, su come l’uso continuativo di smartphone e cellulari potesse portare alla formazione di un piccolo osso sporgente, subito ribattezzato a forma di corno, sulla base del cranio: a riprenderla era stata tanta stampa generalista, anglofona prima e italiana poi, ma senza fare accenno né ai dubbi metodici che il resto della comunità scientifica nutriva sullo studio, né al fatto che lo stesso non desse certezze quanto alle implicazioni cause-effetto del fenomeno descritto.

L’intento originario di MedicalFacts, un portale gestito dal team di Roberto Burioni, era presentarsi come fonte affidabile e verificata a disposizione di chiunque cercasse informazioni medico-scientifiche su Google, spesso rischiando di cliccare su primi risultati poco attendibili.
Il commento, piuttosto criticato, in cui il medico vaccinista Roberto Burioni definisce la scienza “non democratica”. Molti altri divulgatori scientifici si schierarono, allora, a favore di una narrazione scientifica, anche online, decisamente più dialogica.

Molto virale è diventata una ricerca che ipotizzava che un uso eccessivo dello smartphone potesse portare allo sviluppo di un nuovo osso “a forma di corno” sulla base del cranio. Nonostante sia stata ripresa da molti giornali, anche attendibili, la ricerca è al momento ancora priva di chiara validità scientifica. Fonte: Il Post

Durante la pandemia di coronavirus, i giornali di tutti i paesi hanno dato il via a una vera e propria caccia a studi e ricerche, tutti ancora in fase di sviluppo o pubblicati in preprint e senza essere passati attraverso peer review della comunità scientifica, su condizioni che avrebbero facilitato il salto animale-uomo del nuovo coronavirus, come parametri ambientali e d’inquinamento abbiano influito sulla viralità dello stesso, eventuali implicazioni a lungo termine della malattia da coronavirus, ecc.: sono stati studi e ricerche che hanno alimentato l’ infodemia correlata all’emergenza sanitaria in corso e che il giornalismo mainstream non si è curato di spiegare adeguatamente, alimentando a volte paure e a volte speranze ingiustificate, lasciando a science influencer, divulgatori scientifici e comunicatori di scienza il compito di fare debunking.

COMUNICARE LA SCIENZA ONLINE: I RISCHI DELLA PERSONALIZZAZIONE

In casi come questi – la circolazione presso un pubblico generalista di studi avveniristici, quella di teorie diametralmente opposte sullo stesso fenomeno, ecc. – il risultato rischia di essere un’eccessiva personalizzazione della scienza. Nelle settimane di lockdown, così, virologi ed epidemiologi sono diventati figure pop e le loro dichiarazioni erano in grado in Italia di rimbalzare sulla bocca di tutti. Ancor prima che l’emergenza coronavirus riservasse spazi privilegiati all’informazione medico-scientifica, però, la lotta nostrana ai no-vax, per esempio, aveva un nome e un cognome, quello di Roberto Burioni. La disponibilità presso il grande pubblico di volti noti della scienza come questi ha certamente aspetti positivi: si tratta di fonti affidabili, percepite anche da chi è meno addentro alla materia come di fiducia in virtù dalla costanza con cui affrontano determinati argomenti su blog o altri spazi proprietari o con cui vengono interpellati dai media e, molto più pragmaticamente, da consultare al bisogno ogni volta che si abbiano dei dubbi su questioni di natura scientifica. Per restare all’esempio di Burioni, l’intento con cui nacque il portale MedicalFacts era proprio questo: presentarsi come un presidio contro notizie e informazioni mediche perlopiù imprecise che affollavano le prime pagine dei risultati su Google qualora, ipocondriaci e cybercondriaci o meno, si ricercassero informazioni su malattie, rispettivi sintomi, possibili cure.

L’intento originario di MedicalFacts, un portale gestito dal team di Roberto Burioni, era presentarsi come fonte affidabile e verificata a disposizione di chiunque cercasse informazioni medico-scientifiche su Google, spesso rischiando di cliccare su primi risultati poco attendibili.

Senza citare casi – diventati giudiziari, oltre che di cronaca – in cui personaggi sui generis del mondo della scienza si sono fatti portavoce di pseudoteorie pericolose per la salute pubblica e dei singoli cittadini, troppa personalizzazione nella comunicazione scientifica online, così come in molti altri campi, finisce però per risultare anti-dialogica: se è vera, cioè, l’ipotesi delle filter bubble che rendono di fatto gli ambienti digitali simili a delle camere dell’eco in cui è difficile imbattersi in idee e posizioni diverse dalle proprie, il rischio è che, semplificando molto, essere fan di quell’epidemiologo impedisca di ascoltare almeno e ammettere come possibili le teorie di quell’altro.

PER UNA NUOVA NARRATIVA SCIENTIFICA (DENTRO E FUORI DALLA RETE)

Anche quando si sceglie di comunicare la scienza online, fa notare tra gli altri Valigia Blu, non si può dimenticare come framing bias confermativi agiscano attivando – o disattivando, va da sé – livelli di attenzione diversi, a seconda di quanto ogni affermazione si riveli in linea con il sistema di valori, di conoscenze, di credenze di ciascuno. Per questo, semplificando molto, ci si può convincere che dei consistenti focolai di meningite in Toscana siano ricollegati allo sbarco di migranti africani sulle coste italiane, nonostante la mancanza di prove scientifiche, se questa ipotesi è in accordo alla propria cornice di valori politici. Compito del divulgatore, del comunicatore scientifico è sempre quello di raccordare sapere laico e sapere accademico, consapevole che – per usare un aggettivo piuttosto al centro di polemiche dopo un’esternazione con cui ancora Roberto Burioni sembrò blastare alcuni utenti della propria community Facebook – la scienza è «democratica» più di quanto possa sembrare.

Il commento, piuttosto criticato, in cui il medico vaccinista Roberto Burioni definisce la scienza “non democratica”. Molti altri divulgatori scientifici si schierarono, allora, a favore di una narrazione scientifica, anche online, decisamente più dialogica.

Il cittadino comune, cioè, può e ha diritto di essere coinvolto a qualsiasi livello del processo scientifico, soprattutto in virtù del fatto che la maggior parte delle decisioni prese nel campo hanno implicazioni a largo spettro e sulla quotidiana gestione della vita non solo associata ma anche personale. Un cittadino che ha diritto di votare sul nucleare o sulla fecondazione assistita, cioè, continua Antonio Scalari su Valigia Blu, è un cittadino che per necessità deve avere un ruolo attivo nel processo di trasferimento del sapere scientifico e che non può più essere considerato, come pure spesso continuano a fare  persino i sistemi scolastici e d’istruzione, una sorta di recipiente vuoto da riempire in maniera del tutto passiva.

Facendosi 2.0, insomma, la comunicazione scientifica è passata da un modello teorico all’altro: dal cosiddetto public understanding of science (PUS), paternalistico e che insigniva gli esperti del settore della missione, quasi sacra, di colmare il deficit di saperi scientifici della popolazione comune presentandosi come depositari di verità incontrovertibili, si è passati a un public engagement in science and technology (PEST) che tratta alla pari, o quasi, ogni cittadino e gli riserva trasparenza e partecipazione. Qualche volta addirittura facendosi citizen science, ossia dando possibilità a chi lo voglia di essere parte attiva del processo scientifico donando potenza di calcolo dei propri computer in Rete – è quello che ha fatto, solo per fare un esempio, il progetto Mrsir per la realizzazione di modelli previsionali durante l’emergenza coronavirus – o potendo partecipare a studi e ricerche in open source condivisi su appositi forum liberi o, ancora, sostenendo su piattaforme ad hoc come Patreon o Experiment veri e propri crowdfunding scientifici. Se sono i percorsi della scienza a farsi «allocentrici», così li ha definiti AGI, anche la narrazione scientifica deve cambiare e aprirsi a nuovi, meno «egocentrici», soggetti, capaci di uscire dalle torri d’avorio dei propri laboratori ed esserci su TikTok, su Twitch o in qualsiasi altro luogo dove sia necessario oggi comunicare la scienza online.

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